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WorksheetsINVALSI 29/04/2019
Total questions: 30
Worksheet time: 1hrs 12mins
I poeti lavorano di notte
I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
E TEMONO DI OFFENDERE IDDIO.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
(Alda Merini, La Terra Santa, Scheiwiller, Milano 2005)
Il testo è organizzato
in tre quartine
in due quartine e una terzina
in un’unica strofa
in tre strofe uguali
I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
E TEMONO DI OFFENDERE IDDIO.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
(Alda Merini, La Terra Santa, Scheiwiller, Milano 2005)
Qual è il sinonimo migliore per “urge”, nel secondo verso?
Occorre
Incombe
Velocizza
Porge
I poeti lavorano di notte
I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
E TEMONO DI OFFENDERE IDDIO.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
Quale figura retorica è presente nella seconda strofa?
Una similitudine
Una personificazione
Un’iperbole
Una metonimia
Nelle seguenti frasi inserisci il verbo al congiuntivo, nel tempo che ritieni corretto.
L’allenatore di pallanuoto vorrebbe che i suoi ragazzi.......tutte le partite
vincevano
vincano
vincessero
avessero vinto
Nelle seguenti frasi inserisci il verbo al congiuntivo, nel tempo che ritieni corretto.
Abbiamo telefonato ai nostri amici di Firenze perché ci........un albergo dove passare le vacanze di Pasqua.
trovino
trovassero
trovano
abbiano trovato
Nelle seguenti frasi inserisci il verbo al congiuntivo, nel tempo che ritieni corretto.
Ieri saremmo rimasti al mare tutto il giorno se non ci...............tanto vento.
fosse
fosse stato
c'era
fu
Quale tra i seguenti periodi presenta una subordinata consecutiva?
Dopo che ebbe parlato con Dario, Anna si sentì più serena.
Era talmente preso dai suoi pensieri da non accorgersi nemmeno del mio arrivo.
Si comporta così solo perché è imbarazzato.
Sto risparmiando per acquistare un nuovo cellulare.
Tra le frasi che seguono, riconosci quella in cui non compare un errore ortografico.
Ho appena finito di chiudere le valigie.
Ho visto molte faccie scure, oggi!
Mi sembra che abbia conoscienze molto scarse in informatica.
Dante fu costretto all’esiglio.
Nella frase “Buongiorno c’è Marco” come deve essere completata la punteggiatura?
Buongiorno; c’è Marco.
Buongiorno: “C’è Marco!”
Buongiorno! C’è Marco:
Buongiorno, c’è Marco?
In quale delle seguenti frasi non è presente un complemento di vocazione?
Marina, apri tu la porta, per favore?
O povera me!
O Signore, aiutami tu!
Mamma, mi passi il sale?
Cene lontane
Quando ero piccolo io, i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare. I genitori volevano mangiare e parlare in pace. I bambini a tavola danno fastidio, interrompono, reclamano attenzione. Non so dire se fosse giusto o sbagliato escluderli dalla mensa dei grandi. Certo era funzionale: secondo la mia esperienza lo era anche per noi, per i bambini.
A casa dei miei nonni, al mare, nelle interminabili sere d’estate, mio fratello e io cenavamo prima, in cucina o meglio ancora sul terrazzo, seduti a un piccolo tavolo di ferro rosso e bianco, godendo di un menu speciale che ci esentava dai minacciosi orrori allestiti per la cena degli adulti. Di solito ci preparavano minestrina (la prediletta era di semolino, con molto parmigiano) e sogliola, la pesca a fettine, a volte il lussuoso crème caramel scodellato da uno stampo a spicchi. Gli adulti a turno venivano a trovarci, e ricordo con gratitudine la brevità dell’ispezione, i sorridenti monosillabi con i quali sbrigavano la pratica facendo tintinnare in una mano il drink ghiacciato, la prospettiva, mentre loro sparivano in sala da pranzo, di rimanere lì a leggere in pace “Topolino” su una sdraio tra lo stridio delle rondini, nella luce scemante. Era uno dei rari momenti in cui il tempo immobile della mia infanzia rivelava, in un anticipo premonitore, il suo incomprensibile consumarsi. Ma bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa, le luci delle barche sul mare, il crepitio e il puzzo delle zanzare e delle falene folgorate della graticola azzurrastra sospesa al muro del terrazzo, a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.
Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione. Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere un bambino. Che ero un bambino. Che avrei potuto rimandare quelle conversazioni impegnative, spiritose, a tratti nervose che impegnavano gli adulti: mi bastava godere, di quelle parole complicate, il vago riverbero che arrivava fino alla mia sdraio. Certificava, quel riverbero sonoro, la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non esiliato. Ero incluso nell’aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità.
(Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013)
. Nella frase “…i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare” è sottointeso un avverbio. Quale?
Bene
Con educazione
Male
Sgarbatamente
Cene lontane
Quando ero piccolo io, i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare. I genitori volevano mangiare e parlare in pace. I bambini a tavola danno fastidio, interrompono, reclamano attenzione. Non so dire se fosse giusto o sbagliato escluderli dalla mensa dei grandi. Certo era funzionale: secondo la mia esperienza lo era anche per noi, per i bambini.
A casa dei miei nonni, al mare, nelle interminabili sere d’estate, mio fratello e io cenavamo prima, in cucina o meglio ancora sul terrazzo, seduti a un piccolo tavolo di ferro rosso e bianco, godendo di un menu speciale che ci esentava dai minacciosi orrori allestiti per la cena degli adulti. Di solito ci preparavano minestrina (la prediletta era di semolino, con molto parmigiano) e sogliola, la pesca a fettine, a volte il lussuoso crème caramel scodellato da uno stampo a spicchi. Gli adulti a turno venivano a trovarci, e ricordo con gratitudine la brevità dell’ispezione, i sorridenti monosillabi con i quali sbrigavano la pratica facendo tintinnare in una mano il drink ghiacciato, la prospettiva, mentre loro sparivano in sala da pranzo, di rimanere lì a leggere in pace “Topolino” su una sdraio tra lo stridio delle rondini, nella luce scemante. Era uno dei rari momenti in cui il tempo immobile della mia infanzia rivelava, in un anticipo premonitore, il suo incomprensibile consumarsi. Ma bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa, le luci delle barche sul mare, il crepitio e il puzzo delle zanzare e delle falene folgorate della graticola azzurrastra sospesa al muro del terrazzo, a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.
Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione. Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere un bambino. Che ero un bambino. Che avrei potuto rimandare quelle conversazioni impegnative, spiritose, a tratti nervose che impegnavano gli adulti: mi bastava godere, di quelle parole complicate, il vago riverbero che arrivava fino alla mia sdraio. Certificava, quel riverbero sonoro, la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non esiliato. Ero incluso nell’aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità.
(Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013)
Perché secondo l’autore, era “funzionale” escludere i bambini dalla tavola dei grandi?
Perché così i bambini si abituavano ad ascoltare i grandi in silenzio
Perché così i bambini potevano mangiare piatti elaborati e saporiti
Perché così sia i grandi sia i bambini potevano fare ciò che più piaceva loro
Perché così i grandi stavano più comodi a sedere
Cene lontane
Quando ero piccolo io, i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare. I genitori volevano mangiare e parlare in pace. I bambini a tavola danno fastidio, interrompono, reclamano attenzione. Non so dire se fosse giusto o sbagliato escluderli dalla mensa dei grandi. Certo era funzionale: secondo la mia esperienza lo era anche per noi, per i bambini.
A casa dei miei nonni, al mare, nelle interminabili sere d’estate, mio fratello e io cenavamo prima, in cucina o meglio ancora sul terrazzo, seduti a un piccolo tavolo di ferro rosso e bianco, godendo di un menu speciale che ci esentava dai minacciosi orrori allestiti per la cena degli adulti. Di solito ci preparavano minestrina (la prediletta era di semolino, con molto parmigiano) e sogliola, la pesca a fettine, a volte il lussuoso crème caramel scodellato da uno stampo a spicchi. Gli adulti a turno venivano a trovarci, e ricordo con gratitudine la brevità dell’ispezione, i sorridenti monosillabi con i quali sbrigavano la pratica facendo tintinnare in una mano il drink ghiacciato, la prospettiva, mentre loro sparivano in sala da pranzo, di rimanere lì a leggere in pace “Topolino” su una sdraio tra lo stridio delle rondini, nella luce scemante. Era uno dei rari momenti in cui il tempo immobile della mia infanzia rivelava, in un anticipo premonitore, il suo incomprensibile consumarsi. Ma bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa, le luci delle barche sul mare, il crepitio e il puzzo delle zanzare e delle falene folgorate della graticola azzurrastra sospesa al muro del terrazzo, a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.
Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione. Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere un bambino. Che ero un bambino. Che avrei potuto rimandare quelle conversazioni impegnative, spiritose, a tratti nervose che impegnavano gli adulti: mi bastava godere, di quelle parole complicate, il vago riverbero che arrivava fino alla mia sdraio. Certificava, quel riverbero sonoro, la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non esiliato. Ero incluso nell’aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità.
(Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013)
Perché il crème caramel viene definito “lussuoso”?
Perché solo i bambini potevano mangiarlo
Perché non sempre a fine pasto era previsto il dolce
Perché è un dolce molto costoso
Perché viene servito in un luogo speciale
Cene lontane
Quando ero piccolo io, i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare. I genitori volevano mangiare e parlare in pace. I bambini a tavola danno fastidio, interrompono, reclamano attenzione. Non so dire se fosse giusto o sbagliato escluderli dalla mensa dei grandi. Certo era funzionale: secondo la mia esperienza lo era anche per noi, per i bambini.
A casa dei miei nonni, al mare, nelle interminabili sere d’estate, mio fratello e io cenavamo prima, in cucina o meglio ancora sul terrazzo, seduti a un piccolo tavolo di ferro rosso e bianco, godendo di un menu speciale che ci esentava dai minacciosi orrori allestiti per la cena degli adulti. Di solito ci preparavano minestrina (la prediletta era di semolino, con molto parmigiano) e sogliola, la pesca a fettine, a volte il lussuoso crème caramel scodellato da uno stampo a spicchi. Gli adulti a turno venivano a trovarci, e ricordo con gratitudine la brevità dell’ispezione, i sorridenti monosillabi con i quali sbrigavano la pratica facendo tintinnare in una mano il drink ghiacciato, la prospettiva, mentre loro sparivano in sala da pranzo, di rimanere lì a leggere in pace “Topolino” su una sdraio tra lo stridio delle rondini, nella luce scemante. Era uno dei rari momenti in cui il tempo immobile della mia infanzia rivelava, in un anticipo premonitore, il suo incomprensibile consumarsi. Ma bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa, le luci delle barche sul mare, il crepitio e il puzzo delle zanzare e delle falene folgorate della graticola azzurrastra sospesa al muro del terrazzo, a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.
Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione. Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere un bambino. Che ero un bambino. Che avrei potuto rimandare quelle conversazioni impegnative, spiritose, a tratti nervose che impegnavano gli adulti: mi bastava godere, di quelle parole complicate, il vago riverbero che arrivava fino alla mia sdraio. Certificava, quel riverbero sonoro, la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non esiliato. Ero incluso nell’aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità.
(Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013)
Le visite che i grandi fanno ai bambini mentre mangiano sono un po’ sbrigative. Il narratore per descriverle usa, con ironia, un linguaggio
burocratico
gastronomico
medico
filosofico
Cene lontane
Quando ero piccolo io, i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare. I genitori volevano mangiare e parlare in pace. I bambini a tavola danno fastidio, interrompono, reclamano attenzione. Non so dire se fosse giusto o sbagliato escluderli dalla mensa dei grandi. Certo era funzionale: secondo la mia esperienza lo era anche per noi, per i bambini.
A casa dei miei nonni, al mare, nelle interminabili sere d’estate, mio fratello e io cenavamo prima, in cucina o meglio ancora sul terrazzo, seduti a un piccolo tavolo di ferro rosso e bianco, godendo di un menu speciale che ci esentava dai minacciosi orrori allestiti per la cena degli adulti. Di solito ci preparavano minestrina (la prediletta era di semolino, con molto parmigiano) e sogliola, la pesca a fettine, a volte il lussuoso crème caramel scodellato da uno stampo a spicchi. Gli adulti a turno venivano a trovarci, e ricordo con gratitudine la brevità dell’ispezione, i sorridenti monosillabi con i quali sbrigavano la pratica facendo tintinnare in una mano il drink ghiacciato, la prospettiva, mentre loro sparivano in sala da pranzo, di rimanere lì a leggere in pace “Topolino” su una sdraio tra lo stridio delle rondini, nella luce scemante. Era uno dei rari momenti in cui il tempo immobile della mia infanzia rivelava, in un anticipo premonitore, il suo incomprensibile consumarsi. Ma bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa, le luci delle barche sul mare, il crepitio e il puzzo delle zanzare e delle falene folgorate della graticola azzurrastra sospesa al muro del terrazzo, a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.
Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione. Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere un bambino. Che ero un bambino. Che avrei potuto rimandare quelle conversazioni impegnative, spiritose, a tratti nervose che impegnavano gli adulti: mi bastava godere, di quelle parole complicate, il vago riverbero che arrivava fino alla mia sdraio. Certificava, quel riverbero sonoro, la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non esiliato. Ero incluso nell’aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità.
(Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013)
Che cosa significa la frase: “Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione”?
Che la cena in solitudine dava ai bambini il tempo per fare cose che non facevano mai
Che i bambini lasciati soli si sentivano emarginati dagli adulti
Che i bambini, lasciati liberi dagli obblighi degli adulti, potevano giocare insieme con spensieratezza
Che mangiare da soli liberava i bambini dal mondo degli adulti, avvertito come lontano e pesante
Cene lontane
Quando ero piccolo io, i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare. I genitori volevano mangiare e parlare in pace. I bambini a tavola danno fastidio, interrompono, reclamano attenzione. Non so dire se fosse giusto o sbagliato escluderli dalla mensa dei grandi. Certo era funzionale: secondo la mia esperienza lo era anche per noi, per i bambini.
A casa dei miei nonni, al mare, nelle interminabili sere d’estate, mio fratello e io cenavamo prima, in cucina o meglio ancora sul terrazzo, seduti a un piccolo tavolo di ferro rosso e bianco, godendo di un menu speciale che ci esentava dai minacciosi orrori allestiti per la cena degli adulti. Di solito ci preparavano minestrina (la prediletta era di semolino, con molto parmigiano) e sogliola, la pesca a fettine, a volte il lussuoso crème caramel scodellato da uno stampo a spicchi. Gli adulti a turno venivano a trovarci, e ricordo con gratitudine la brevità dell’ispezione, i sorridenti monosillabi con i quali sbrigavano la pratica facendo tintinnare in una mano il drink ghiacciato, la prospettiva, mentre loro sparivano in sala da pranzo, di rimanere lì a leggere in pace “Topolino” su una sdraio tra lo stridio delle rondini, nella luce scemante. Era uno dei rari momenti in cui il tempo immobile della mia infanzia rivelava, in un anticipo premonitore, il suo incomprensibile consumarsi. Ma bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa, le luci delle barche sul mare, il crepitio e il puzzo delle zanzare e delle falene folgorate della graticola azzurrastra sospesa al muro del terrazzo, a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.
Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione. Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere un bambino. Che ero un bambino. Che avrei potuto rimandare quelle conversazioni impegnative, spiritose, a tratti nervose che impegnavano gli adulti: mi bastava godere, di quelle parole complicate, il vago riverbero che arrivava fino alla mia sdraio. Certificava, quel riverbero sonoro, la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non esiliato. Ero incluso nell’aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità.
(Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013)
Che cosa significa l’espressione “meditabonda ignavia” che si legge alla fine del testo?
Inconsapevolezza meditata
Oziosità riflessiva
Meditazione ignara
Ignoranza media
Cene lontane
Quando ero piccolo io, i bambini non erano ammessi alla tavola dei genitori fino a che non si sapessero comportare. I genitori volevano mangiare e parlare in pace. I bambini a tavola danno fastidio, interrompono, reclamano attenzione. Non so dire se fosse giusto o sbagliato escluderli dalla mensa dei grandi. Certo era funzionale: secondo la mia esperienza lo era anche per noi, per i bambini.
A casa dei miei nonni, al mare, nelle interminabili sere d’estate, mio fratello e io cenavamo prima, in cucina o meglio ancora sul terrazzo, seduti a un piccolo tavolo di ferro rosso e bianco, godendo di un menu speciale che ci esentava dai minacciosi orrori allestiti per la cena degli adulti. Di solito ci preparavano minestrina (la prediletta era di semolino, con molto parmigiano) e sogliola, la pesca a fettine, a volte il lussuoso crème caramel scodellato da uno stampo a spicchi. Gli adulti a turno venivano a trovarci, e ricordo con gratitudine la brevità dell’ispezione, i sorridenti monosillabi con i quali sbrigavano la pratica facendo tintinnare in una mano il drink ghiacciato, la prospettiva, mentre loro sparivano in sala da pranzo, di rimanere lì a leggere in pace “Topolino” su una sdraio tra lo stridio delle rondini, nella luce scemante. Era uno dei rari momenti in cui il tempo immobile della mia infanzia rivelava, in un anticipo premonitore, il suo incomprensibile consumarsi. Ma bastava l’avvento della notte, con tutte quelle stelle in festa, le luci delle barche sul mare, il crepitio e il puzzo delle zanzare e delle falene folgorate della graticola azzurrastra sospesa al muro del terrazzo, a cancellare ogni malinconia, a restituirmi all’interminabile felicità dell’estate.
Ripensandoci, mi rendo conto di avere interpretato quelle cene appartate non come un’esclusione, ma come un’esenzione. Fino a che potevo mangiare semolino, sogliola e crème caramel con mio fratello, tra le rondini che sfioravano il terrazzo, voleva dire che potevo rimanere un bambino. Che ero un bambino. Che avrei potuto rimandare quelle conversazioni impegnative, spiritose, a tratti nervose che impegnavano gli adulti: mi bastava godere, di quelle parole complicate, il vago riverbero che arrivava fino alla mia sdraio. Certificava, quel riverbero sonoro, la presenza rassicurante degli adulti, gli addetti alla mia cura, i miei protettori. Del loro mondo io ero ai margini. Ma non esiliato. Ero incluso nell’aura della grande famiglia, ma lasciato nella mia periferia di luce calante, di meditabonda ignavia, di irresponsabilità.
(Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013)
Il narratore prova
malinconia per luoghi che non può più rivedere
speranza di riprovare i gusti sperimentati da bambino
dolore nel ricordarsi momenti in cui si sentiva abbandonato
nostalgia di un tempo spensierato che non tornerà più
Perché i protestanti francesi venivano chiamati Ugonotti?
Ugonotti, dal francese Huguenots, era il nome dato ai protestanti francesi (calvinisti) durante le guerre di religione, in particolare a partire dagli anni ’60 del Cinquecento, in quel trentennio di grande instabilità politico-religiosa, che va dalla morte di Enrico II di Valois, nel 1559 (anno anche del primo sinodo delle Chiese riformate francesi), all’editto di Nantes (1598).
Sembra che la parola “huguenot” faccia la sua comparsa a partire dal 1560 in alcuni documenti ufficiali, nella corrispondenza di Teodoro di Beza, teologo successore di Calvino a Ginevra come capo del movimento protestante, e negli stessi anni utilizzata in tono sprezzante nelle lettere dei duchi di Guisa (cattolici). Nel 1562 il termine appare in un’opera in versi del poeta Pierre de Ronsard.
La versione più comunemente accettata è che il nome “huguenot” derivi da Eidgenot, o Eidgnot, o Eid Genossen (compagni di giuramento), dal tedesco, mettendo così i protestanti francesi in rapporto con i calvinisti della Svizzera tedesca, nell’accezione di “congiurati”. Nel Petit-Conseil di Ginevra, Eignot era inoltre il nome dato ai partigiani dei cantoni svizzeri, oppositori della dinastia Savoia.
Questa ipotesi etimologica – supportata anche da una analoga forma olandese, Huisgenoten, e fiamminga Huis Genooten (coinquilini, riferito a studenti che studiavano insieme la Bibbia) – sembra confermata dal fatto che il termine Huguenot apparve per la prima volta per indicare i cospiratori implicati nella Congiura di Amboise del 1560, un colpo di mano – fallito – da parte dei protestanti per sottrarre il re Francesco II alla tutela degli arcinemici Guisa, a capo della Lega cattolica. Si trattò del primo episodio di sangue delle Guerre di religione in Francia.
Altre versioni, tra le tante, fanno derivare il nome dalla torre di re Hugon o Huguet, a Tours, nei pressi della quale i protestanti si riunivano in assemblea, luogo che prendeva a sua volta il nome da un leggendario sovrano “eretico” “Hugonet”, con probabile riferimento a Hugues Capet, Ugo Capeto, considerato dai protestanti un uomo nobile che rispettava la dignità e la vita delle persone.
(http://www.nationalgeographic.it/, 21 marzo 2018)
Il testo letto tratta di
francese
storia
lingua
religione
Perché i protestanti francesi venivano chiamati Ugonotti?
Ugonotti, dal francese Huguenots, era il nome dato ai protestanti francesi (calvinisti) durante le guerre di religione, in particolare a partire dagli anni ’60 del Cinquecento, in quel trentennio di grande instabilità politico-religiosa, che va dalla morte di Enrico II di Valois, nel 1559 (anno anche del primo sinodo delle Chiese riformate francesi), all’editto di Nantes (1598).
Sembra che la parola “huguenot” faccia la sua comparsa a partire dal 1560 in alcuni documenti ufficiali, nella corrispondenza di Teodoro di Beza, teologo successore di Calvino a Ginevra come capo del movimento protestante, e negli stessi anni utilizzata in tono sprezzante nelle lettere dei duchi di Guisa (cattolici). Nel 1562 il termine appare in un’opera in versi del poeta Pierre de Ronsard.
La versione più comunemente accettata è che il nome “huguenot” derivi da Eidgenot, o Eidgnot, o Eid Genossen (compagni di giuramento), dal tedesco, mettendo così i protestanti francesi in rapporto con i calvinisti della Svizzera tedesca, nell’accezione di “congiurati”. Nel Petit-Conseil di Ginevra, Eignot era inoltre il nome dato ai partigiani dei cantoni svizzeri, oppositori della dinastia Savoia.
Questa ipotesi etimologica – supportata anche da una analoga forma olandese, Huisgenoten, e fiamminga Huis Genooten (coinquilini, riferito a studenti che studiavano insieme la Bibbia) – sembra confermata dal fatto che il termine Huguenot apparve per la prima volta per indicare i cospiratori implicati nella Congiura di Amboise del 1560, un colpo di mano – fallito – da parte dei protestanti per sottrarre il re Francesco II alla tutela degli arcinemici Guisa, a capo della Lega cattolica. Si trattò del primo episodio di sangue delle Guerre di religione in Francia.
Altre versioni, tra le tante, fanno derivare il nome dalla torre di re Hugon o Huguet, a Tours, nei pressi della quale i protestanti si riunivano in assemblea, luogo che prendeva a sua volta il nome da un leggendario sovrano “eretico” “Hugonet”, con probabile riferimento a Hugues Capet, Ugo Capeto, considerato dai protestanti un uomo nobile che rispettava la dignità e la vita delle persone.
(http://www.nationalgeographic.it/, 21 marzo 2018)
. Qual è l’anno in cui è comparso per la prima volta il termine “huguenot”?
1600
1560
1559
1562
Perché i protestanti francesi venivano chiamati Ugonotti?
Ugonotti, dal francese Huguenots, era il nome dato ai protestanti francesi (calvinisti) durante le guerre di religione, in particolare a partire dagli anni ’60 del Cinquecento, in quel trentennio di grande instabilità politico-religiosa, che va dalla morte di Enrico II di Valois, nel 1559 (anno anche del primo sinodo delle Chiese riformate francesi), all’editto di Nantes (1598).
Sembra che la parola “huguenot” faccia la sua comparsa a partire dal 1560 in alcuni documenti ufficiali, nella corrispondenza di Teodoro di Beza, teologo successore di Calvino a Ginevra come capo del movimento protestante, e negli stessi anni utilizzata in tono sprezzante nelle lettere dei duchi di Guisa (cattolici). Nel 1562 il termine appare in un’opera in versi del poeta Pierre de Ronsard.
La versione più comunemente accettata è che il nome “huguenot” derivi da Eidgenot, o Eidgnot, o Eid Genossen (compagni di giuramento), dal tedesco, mettendo così i protestanti francesi in rapporto con i calvinisti della Svizzera tedesca, nell’accezione di “congiurati”. Nel Petit-Conseil di Ginevra, Eignot era inoltre il nome dato ai partigiani dei cantoni svizzeri, oppositori della dinastia Savoia.
Questa ipotesi etimologica – supportata anche da una analoga forma olandese, Huisgenoten, e fiamminga Huis Genooten (coinquilini, riferito a studenti che studiavano insieme la Bibbia) – sembra confermata dal fatto che il termine Huguenot apparve per la prima volta per indicare i cospiratori implicati nella Congiura di Amboise del 1560, un colpo di mano – fallito – da parte dei protestanti per sottrarre il re Francesco II alla tutela degli arcinemici Guisa, a capo della Lega cattolica. Si trattò del primo episodio di sangue delle Guerre di religione in Francia.
Altre versioni, tra le tante, fanno derivare il nome dalla torre di re Hugon o Huguet, a Tours, nei pressi della quale i protestanti si riunivano in assemblea, luogo che prendeva a sua volta il nome da un leggendario sovrano “eretico” “Hugonet”, con probabile riferimento a Hugues Capet, Ugo Capeto, considerato dai protestanti un uomo nobile che rispettava la dignità e la vita delle persone.
(http://www.nationalgeographic.it/, 21 marzo 2018)
. Qual è la traduzione più corretta dei termini tedeschi da cui viene fatto derivare il termine “huguenot”?
Calvinisti
Protestanti
Coinquilini
Congiurati
Perché i protestanti francesi venivano chiamati Ugonotti?
Ugonotti, dal francese Huguenots, era il nome dato ai protestanti francesi (calvinisti) durante le guerre di religione, in particolare a partire dagli anni ’60 del Cinquecento, in quel trentennio di grande instabilità politico-religiosa, che va dalla morte di Enrico II di Valois, nel 1559 (anno anche del primo sinodo delle Chiese riformate francesi), all’editto di Nantes (1598).
Sembra che la parola “huguenot” faccia la sua comparsa a partire dal 1560 in alcuni documenti ufficiali, nella corrispondenza di Teodoro di Beza, teologo successore di Calvino a Ginevra come capo del movimento protestante, e negli stessi anni utilizzata in tono sprezzante nelle lettere dei duchi di Guisa (cattolici). Nel 1562 il termine appare in un’opera in versi del poeta Pierre de Ronsard.
La versione più comunemente accettata è che il nome “huguenot” derivi da Eidgenot, o Eidgnot, o Eid Genossen (compagni di giuramento), dal tedesco, mettendo così i protestanti francesi in rapporto con i calvinisti della Svizzera tedesca, nell’accezione di “congiurati”. Nel Petit-Conseil di Ginevra, Eignot era inoltre il nome dato ai partigiani dei cantoni svizzeri, oppositori della dinastia Savoia.
Questa ipotesi etimologica – supportata anche da una analoga forma olandese, Huisgenoten, e fiamminga Huis Genooten (coinquilini, riferito a studenti che studiavano insieme la Bibbia) – sembra confermata dal fatto che il termine Huguenot apparve per la prima volta per indicare i cospiratori implicati nella Congiura di Amboise del 1560, un colpo di mano – fallito – da parte dei protestanti per sottrarre il re Francesco II alla tutela degli arcinemici Guisa, a capo della Lega cattolica. Si trattò del primo episodio di sangue delle Guerre di religione in Francia.
Altre versioni, tra le tante, fanno derivare il nome dalla torre di re Hugon o Huguet, a Tours, nei pressi della quale i protestanti si riunivano in assemblea, luogo che prendeva a sua volta il nome da un leggendario sovrano “eretico” “Hugonet”, con probabile riferimento a Hugues Capet, Ugo Capeto, considerato dai protestanti un uomo nobile che rispettava la dignità e la vita delle persone.
(http://www.nationalgeographic.it/, 21 marzo 2018)
Che cosa non successe nel 1560?
La parola "huguenot" compare nella corrispondenza di Teodoro di Beza
Iniziarono le Guerre di religione in Francia
Morì Enrico II di Valois
Ci fu la Congiura di Amboise
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Laura si è iscritta alla Cattolica". Che verbo è "si è iscritta" ?
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