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WorksheetsProva intermedia ITALIANO 2°
Total questions: 23
Worksheet time: 12mins
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Il testo che hai letto racconta
avvenimenti della vita di un personaggio misterioso
le traversie della famiglia della protagonista
vicende immaginarie ambientate nella città di Mantova
episodi del passato vissuti in prima persona da chi scrive
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Quali persone della famiglia vivono a Mantova insieme alla protagonista? Scegli la risposta più completa in base a ciò che dice il testo.
I nonni, la mamma e due fratelli
I genitori, la nonna e due fratelli
Due fratelli, la mamma e la nonna
La nonna, la mamma e un fratellino
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Per quale ragione la protagonista si trova a Mantova?
Mantova è una città bellissima in cui è piacevole abitare
I genitori hanno deciso di separarsi
La famiglia si è rifugiata a Mantova a causa della guerra
Il padre della protagonista si è trasferito lì per ragioni di lavoro
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
L’aggettivo “epiche” (riga 8), in riferimento alle cacce al topo, significa
epocali
memorabili
accanite
faticose
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Perché nessuno si ricordò del compleanno della protagonista?
Perché la famiglia non si curava abbastanza di lei
Perché i suoi famigliari erano presi da altri problemi
Perché la mamma non aveva abbastanza denaro per la festa
Perché era mancato il tempo per organizzare una festa
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Che cosa intende dire la protagonista con le parole «Io a Mantova scoprii la strada» (riga 14)?
Di aver trovato nuove possibilità d’esperienza che prima le erano sconosciute
Di aver finalmente trovato uno spazio abbastanza ampio per incontrarsi e giocare con gli altri bambini
Di aver scoperto il modo per evitare di fare i compiti e di dover ubbidire alla mamma
Di aver potuto esplorare in lungo e in largo la strada dove abitava
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Si può pensare che la protagonista risponda «Eh sì» alle parole di Nuvolari (righe 32-34) perché
non vuole contraddirlo
ritiene che Nuvolari abbia ragione
spera che Nuvolari punisca il ragazzo dispettoso
è molto timida
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Alla riga 34 si legge «ben sapendo che non era vero niente». Che cosa per la protagonista “non era vero”?
Che i pattini a rotelle appartenevano alla protagonista
Che il bambino che aveva gettato il pattino oltre il muro era proprio cattivo
Che per giocare occorrevano tutti e due i pattini
Che qualcuno aveva gettato il pattino oltre il muro del giardino
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Perché la protagonista definisce “magico” (riga 38) l’anno trascorso a Mantova?
Perché le esperienze vissute l’avevano fatta cambiare e crescere
Perché aveva incontrato un uomo celebre come Nuvolari
Perché aveva conosciuto un compagno di suo fratello
Perché aveva imparato a superare le difficoltà della vita d’ogni giorno
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Perché la protagonista si stupisce di aver dimenticato il nome di Venturini?
Perché aveva una buona memoria
Perché lo aveva conosciuto proprio prima di partire
Perché Venturini era stato l’amico più caro di suo fratello
Perché Venturini era stato per lei una persona speciale
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Quale frase tra le seguenti non ha lo stesso significato di «Per quanto scavi nella memoria ...» (riga 44)?
Pur scavando nella memoria
Purché scavi nella memoria
Benché scavi nella memoria
Anche se scavo nella memoria
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Perché Venturini è paragonato a un cavaliere antico?
Perché correva sulla bicicletta e indossava una mantellina
Perché si vestiva con abiti fuori moda
Perché era biondo e con gli occhi azzurri
Perché aveva un comportamento coraggioso e cortese
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
I pronomi personali “lo” (riga 49) e “lui” (ripetuto due volte, alle righe 51 e 52), a chi si riferiscono?
Al fratello della protagonista
A un compagno di scuola della protagonista
A Venturini
Al cavaliere antico
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Chi è, probabilmente, la bambina di cui si parla dalla riga 49 alla riga 55 del testo?
Un’amica della protagonista che andava a scuola con lei
Una bambina di Mantova di cui non si sa il nome
La fidanzatina di Venturini che la protagonista invidia
La protagonista stessa che rivive quei momenti
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Che cosa significa l’espressione “ingannare l’attesa” (riga 50)?
Far finta che il tempo passi più in fretta
Occupare il tempo in qualche modo
Imbrogliare chi ci aspetta
Fare in modo che l’attesa appaia più lunga
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Nella frase «L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina» (riga 54), che cosa vuol dire “ebbrezza”?
Senso di esaltazione
Ubriachezza
Sensazione di confusione
Contentezza
A Mantova vissi l’anno più bello della mia infanzia: vi compii nove anni, nessuno se ne ricordò, e a me non importò niente. Capivo che c’erano cose più pressanti e gravi, molte difficoltà reali, la separazione forzata da mio padre che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte le sere doveva fare chilometri a
5 piedi per andare a dormire in collina, fuori città, e la nostra stessa sistemazione, perché molti avevano avuto l’idea di andarsi a rifugiare in quella città bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino mia nonna, che per molte cose si
10 sentiva vecchia, in questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone, emettendo gridolini di esultanza, perché non sapeva ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libertà di giocare, spazio per
15 incontrare altri bambini. Per non studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia dove circolava una sola automobile, quella di Tazio Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
20 Era un signore di mezza età e prossimo, come avrei saputo più tardi, a morire. Un bell’uomo, sempre con un sorriso triste sulle labbra, così almeno lo ricordo io, e gentile con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle oltre il muro del suo
25 giardino. I pattini a rotelle in realtà non erano solo miei, ma anche di mio fratello; lui però era timido e non osava andare a suonare il campanello della villa per recuperarlo. Toccò a me suonare quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari, e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come sarebbe tornato di moda
30 qualche anno fa. Gli spiegai che un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perché con un solo pattino non si può giocare.
- Eh sí, - ammisi io, ben sapendo che non era vero niente, perché noi, essendo
35 in due proprietari, ne usavamo sempre uno per uno, a mo’ di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in un cespuglio di settembrini.Ma non fu l’unico incontro importante di quell’anno magico. Proprio all’inizio dell’autunno che doveva concludere il nostro soggiorno mantovano,
40 conobbi Venturini, un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino più fortunato del mondo perché aveva una bicicletta tutta sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi nella memoria non
45 trovo nessun nome da accompagnare a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come un cavaliere antico, anche perché, essendo la stagione già quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede davanti a casa,
50 e ingannava l’attesa facendo un solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire sulla canna e la portava a fare il giro dell’isolato. Quando il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che facciamo la volata! - e pedalava a più non posso.
L’ebbrezza di quella volata non fu più dimenticata dalla bambina, insieme al
55 raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
(Tratto e adattato da: Laura Mancinelli, Andante con tenerezza, Einaudi, Torino, 2002)
DOMANDA:
Il testo che hai letto a quale genere appartiene?
Fantastico
Avventuroso
Storico
Autobiografico
QUESITO DI GRAMMATICA:
Quale delle seguenti frasi contiene sia un aggettivo indefinito sia un aggettivo possessivo?
Qualche volta un sorriso illuminava il suo volto malinconico
Niente e nessuno avrebbero potuto convincere mia madre a rinunciare al suo progetto
Qualcuno improvvisamente bussò alla nostra porta
Il loro appartamento era così grande che tutti ne rimanevano stupiti
QUESITO DI GRAMMATICA:
Nel periodo: «Il vecchio pescatore passava ore e ore sulla riva del mare; gli piaceva guardare i gabbiani che volavano sopra le onde», in quale modo e tempo sono coniugati i verbi sottolineati?
Congiuntivo imperfetto
Indicativo imperfetto
Indicativo passato prossimo
Congiuntivo passato
QUESITO DI GRAMMATICA:
In quale delle frasi seguenti il verbo è in forma riflessiva?
Piero non si reggeva in piedi
In questo locale non si fuma
Dalla finestra si vede uno splendido panorama
Da molto tempo in casa nostra non si prepara questo piatto
QUESITO DI GRAMMATICA:
Nella frase «… si sentiva molto stanco, Paolo si sedette all’ombra di un albero», quale delle seguenti congiunzioni va al posto dei puntini? Indicala.
Finché
Poiché
Quando
Mentre
QUESITO DI GRAMMATICA:
Nella frase «Comprerò una scatola di cioccolatini e la manderò a Maria», quale funzione logico-sintattica ha il pronome “la”?
Soggetto
Complemento oggetto
Complemento di specificazione
Apposizione
QUESITO DI GRAMMATICA:
In quale delle seguenti frasi “foglie” ha la funzione di soggetto?
D’autunno cadono le foglie dagli alberi
Ho raccolto le foglie dal viale del giardino
Un tappeto di foglie copriva la strada
I passanti calpestavano le foglie cadute a terra
